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Riflessioni di fine estate 2020.

Dastra, Abruzzo e pecore
28 agosto 2020

Avrei voluto scrivere tante cose, anzi le ho scritte ma poi non le ho pubblicate, come tante altre volte.

Il perché è che certe cose non ho voglia di condividerle, non ho più voglia di stare a "giustificare" certi pensieri o atteggiamenti che in passato hanno acceso questioni su cose futili. L'uomo è un "animale" complesso, o almeno è diventato complesso nel tempo e sempre meno animale, dove la definizione animale è sempre meno calzante, in quanto indica ancora un legame con lo stato di natura, ma qui si aprirebbe un altro capitolo. 

La foto sopra, scattata durante un giro in moto da _Nickthe greek_ e gli amici di Heritage Ride mostra una tipica situazione dell'entroterra del centro Italia, più precisamente l'Abruzzo. Ecco, l'animale simbolo dell'Abruzzo è la pecora, non l'orsetto che va tanto di moda ne il capriolo ne il lupo, ma la pecora.

Un animale che l'uomo ha accanto a se da secoli, che da lana, carne, latte e derivati. Certamente meno nobile di altri, ma poi cosa significa, nobiltà, povertà , ricchezza, sono tutte strutture mentali create dall'uomo. Un animale vive esattamente nel presente, o almeno così io suppongo, quindi non ha di che preoccuparsi, ne del passato e ne del futuro, ne tanto meno di ricchezza e povertà. 

In un certo senso, questa foto ha catturato il mio attimo di eterno presente, dove vivo il presente, un gregge di pecore che attraversa una strada di montagna e catalizza la mia attenzione su di se. Il motore che borbotta al minimo, il suo suono ovattato dal casco, il caldo che mi avvolge, ed il senso di corazza della tuta che mi isola in parte dal mondo esterno.

Potrei essere a bordo di un'astronave, e la cosa non cambierebbe di molto, lo stupore della scena è tale che 200 pecore sembrano un'entità unica, non si distinguono l'una dalle altre, sembrano una serpe bianca. I bianchi cani pastore che le guidano hanno volti umani, sono meticci, mi guardano serafici ma avanzano possenti seppur appesantiti da pelo e ciccia. Poi ci sono i neri, più piccoli, nervosi e dallo sguardo lupino, non mi ispirano gran fiducia, ci scambiamo due sguardi ma percepiscono che non ho paura quindi non mi avvicinano.

Nuvole di mosche riempiono l'aria, l'odore del gregge non è facile da descrivere, è qualcosa di simile al muschio umido con urina e cacca di mucca, è unico, non saprei come altro descriverlo. 

A traghettare il gregge c'è in coda un uomo, la pelle scura è segnata dal sole, ha modi bruschi, agita un esile bastone di nocciolo come frusta su chi si attarda o distrae, ha chiaramente in viso i tratti slavi. Ha un'età indefinita, berretto in testa e passo svelto. Gli faccio cenno per salutarlo, lui rimane quasi sorpreso e ricambia, è chiaro che vengo da un altro pianeta.

Il gregge libera la strada, nel frattempo il ticchettio delle valvole è sempre più avvertibile, il caldo del motore idem, lascio la frizione, do' un pelo di gas e riparto. L'aria avvolge le testone del bicilindrico e abbassa la temperatura in pochi minuti, si guida sciolti costeggiando il lago, sono in testa al gruppo, faccio il passo e proseguiamo anche noi la nostra transumanza, per altri monti, per altri mondi. 

Davide Stramenga


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