Vespa

Gli Orsi della Marsica.

Orsi on the road
27 agosto 2019

Per il quarto anno ci siamo ritrovati a percorrere le più belle strade d’Abruzzo in sella alle nostre Vespe, quelle strade che attraversano faggete secolari e paesi dimenticati da Dio (figuriamoci dall’uomo). Sono arteriole e capillari lontane dai centri pulsanti che si perdono nei luoghi più remoti e suggestivi d’Abruzzo.

Spesso rovinate, malmesse e a volte inopportune per i luoghi che tagliano sono un richiamo forte per chi cerca l’evasione su mezzi lenti e spartani per tradizione ma aggiornati con tecnologia moderna.

E’ già, a partire dalla mia vespa, ha quasi l’età di mia madre, le forme abbondanti ne ricordano il fisico femminile, ha un qualcosa di materno. E come per molte donne d’oggi, anche la mia vespa ha subito qualche ritocco, a partire dalle gomme, ammortizzatori, elettronica e aggiornamenti per dargli più fiato. L’essenza però rimane quella, un mezzo con telaio portante in lamiera di ferro da 100 kili, 4 marce e poco più. La scocca verniciata a nitro mostra le rughe del tempo, botte e cicatrici sono a vista e questo mi piace molto, la chiamo personalità.

Percorrere queste strade su due ruote è vivere la strada, sentire l’odore del bosco, l’aria fresca, l’umido, l’odore dei pascoli, delle bestie. E’ spegnere il motore su una strada in lieve pendenza e fare qualche metro in piedi, in equilibrio, surfando a braccia aperte. (Don’t try this at home direbbe qualcuno)

E’ fare kilometri e kilometri danzando tra le curve, spesso non incontrando anima viva, ognuno sintonizzato sul suo passo. I paesi hanno spesso nomi singolari, il tempo sembra essersi fermato, il bar è ancora il luogo di ritrovo maschile per eccellenza. Il passaggio di una bella (concetto soggettivo, ma traducibile con giovane) presenza femminile catalizza sempre il piccolo universo maschile del bar, ed è così. Il parco auto circolante è riassumibile in due categorie: fuoristrada e utilitarie, entrambe le categorie appartengono poi alla macro categoria delle euro 0. Il pranzo lo si fa generalmente con un panino, affettati e latticini per i più. Birretta a contorno per migliorare la digestione e caffè… se ci sono ancora smanie caloriche anche un gelato, perché no. E poi via, ancora strada passo gran turismo, zaino in spalla e mani unte d’olio per kilometri e kilometri (sticky fingers), la testa spazia altrove, il ronzio da carrandone (insetto nero volante grosso e peloso simile a un vespone) è un mantra ripetuto all’infinito con le good vibes trasmesse alle manopole che solleticano i palmi. Ci sono rari posti, sensazioni, che rimangono inalterati come la prima volta, uno di questi è la Gola del Sagittario. Uno scenario unico, da fiaba di Tolkien, con paesetti arroccati e specchi d’acqua cristallini. Si entra in punta di piedi da una buia galleria e si apre lo scenario, sulle prime curve si rimane sbalorditi poi man mano che si sale verso Scanno il ritmo sale e tirare due marce nella gola è qualcosa di irresistibile.

La fortuna di avere uno di noi con una casa sopra Scanno ci dà l’opportunità e la scusa di tornare in questo angolo d’Abruzzo ogni anno e ormai da quattro. L’Abruzzo in generale è una regione che non mostra tutto subito, è riservata, ogni volta scopri qualcosa di nuovo che non avevi visto o notato prima. Ha davvero grandi potenzialità, ma aimè mai sfruttate, in primis perché la gente del posto non ci crede, non crede nel turismo come fonte di guadagno. E’ la mentalità, la stessa mentalità che ha tenuto il turismo di massa fuori da questi luoghi, se da un lato ne ha conservato quasi intatta la genuinità dei luoghi allo stesso tempo li sta facendo morire per spopolamento. L’età media è sempre più alta e non vedo grosse prospettive, ma i giovani, quelli sì che devono crederci perché solo loro possono ridare nuova vita a questi borghi. Facile a dirsi meno da realizzare già, eppure a livello di turismo consapevole oltre che non solo stagionale questa regione avrebbe tanto da offrire. La rabbia verso l’abbandono, gli sprechi e la mal gestione delle risorse è qualcosa sotto gli occhi di tutti ma nessuno sembra curarsene. Forse certe cose le noto solo io o siamo in pochi, sono troppo pochi quelli che vedono la bellezza qui, l’essenza e la durezza delle montagne, i paesaggi aspri e rocciosi, la fatica e la vita delle persone che hanno costruito questi piccoli borghi strappandoli al bosco a mano. Le risorse vanno sempre verso la costa per un turismo stagionale, estivo, mentre la montagna vive l’abbandono quando ci sarebbe la possibilità di lavoro tutto l’anno col turismo, come al nord, sulle Alpi, loro sì che sono stati bravi ma ripeto, è la mentalità che ci frega e quella non la cambi in poco tempo …


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