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Le Sagre estive di provincia ...

09 agosto 2019

Aaaa… finalmente l’estate, le vacanze, il caldo, la bella gente, le serate all’aperto… Quando anche i problemi sembrano andare in ferie e tutti o quasi sembrano presi bene, la provincia, quella collinare o montana vive i suoi momenti di convivialità la sera, spesso nelle mille sagre di paese dai nomi fantasiosi. L’Abruzzo e le Marche del sud sono un tripudio di sagre estive, per me che vivo in queste zone ogni sera (o quasi) da luglio ad agosto è l’occasione per visitare nuovi e sperduti paesini e mangiare tra la gente del posto. Il mezzo è rigorosamente a due ruote, che sia la vespa o la moto poco importa, l’importante è fare strada con la “scusa” del cibo. L’altra sera eravamo in due sulla moto, c’erano da coprire circa 60 km per raggiungere l’ennesima sagra, erano circa le 19 di sera e mi è partito il trip mentale, quello che ti fa stare bene, quello che vivi solo il presente… E’ partito dopo aver lasciato la statale, mentre scalavo una collina, ero su un pezzo di strada asfaltata da poco, nera, liscia come un biliardo, zero traffico, il cielo rossastro, la temperatura che stava scendendo. Andatura spedita, pennellavo le curve una dopo l’altra, cercando la traiettoria ideale che raccordasse più curve possibili. Intorno a me casolari, campagne arse, macchie di verde intorno i fossi, cani, gatti e galline ai margini dei piccoli abitati, rondini come mosche attorno noi. “Siete seduti in pasticceria, davanti a voi una grossa pasta alla crema o quello che preferite, la scrutate, temporeggiate poi date un morso e la crema ai lati tenta di scappare, vi leccate baffi e dita, la guardate di nuovo… vorreste prolungare il momento all’infinito…” ecco con le dovute proporzioni questo era mio trip! Poi come tutte le cose belle finisce quando raggiungo un vecchio camion, sento la puzza già da molte curve prima, poi il nero e l’odore acre dei vecchi diesel nell’aria, sono tornato sulla terra. Ad un bivio ognuno per la sua strada, io mi perdo in una discesa infinita, contorta come un budello, faccio non poca fatica a seguire il nastro d’asfalto soffocato da piante e cespugli ai lati, siamo tra “lusche e brusche” quella parte del giorno dove la notte subentra al giorno e dove i fari ancora non sortiscono effetto. La macchia che attraverso è di un verde cangiante, stiamo scendendo verso il fiume, l’aria è più fresca, ed i profumi intensi, respiro l’umido. Non ci sono tracce di auto ne’ di persone, è ora di cena, solo qualche trattore solca i campi in lontananza per le rotoballe. Il motore gira basso, a marce lunghe, non ho fretta, non ho orari e la strada fila sotto le mie ruote. Ci sono pezzi di asfalto coperti da rughe e crateri per kilometri e kilometri, qui stanno diventando sempre più la normalità ma hanno un non so che di arte moderna. Curva dopo curva, arrivo al paese, parcheggio la moto e mi metto in fila per la cassa cibo. Qui emerge l’aspetto antropologico della sagra: dovete sapere che le sagre estive catalizzano personaggi locali e turisti in uno strano mix, come siete in grado di riconoscere uno straniero a 100 metri così identificate un locale, non saprei come spiegarlo ma è così. Le persone che vivono in piccoli paesi di provincia hanno delle loro peculiarità, delle loro mode, dei loro modi di fare che la città ha appiattito. Qui porti il soprannome che ti affibbiarono da piccolo se non hai già quello della casata. In paese non ti chiedono come ti chiami, ma di chi si lu fije? (di chi sei figlio). A 14 anni sei ancora quello figo se hai il motorino più smarmittato o hai la modifica mica l’ultimo Iphone. Insomma mi guardo attorno e vedo gente genuina, non costruita (o non del tutto, Instagram per ora può aspettare). A quelli che mi chiedono perché non vado al ristorante invece di fare la fila, o perché mi devo rabbattare un posto in una panca rispondo che mi piace stare in mezzo alla gente. Mi piace prendere una birra, un primo e un panino, cercare posto, guardarmi attorno, farmi due risate e poi alzarmi a prendere una fetta (non triangolini) di cocomero. Mi piace sentire la gente parlare nel loro dialetto locale, guardare le donne rivestite a festa, l’ignoranza nel senso buono, la gente che parla ad alta voce, l’odore delle rostelle, il fritto nell’aria, le buste rosse delle nocelle, le giostre con la musica anni 2000 e lo zucchero filato.

Poi mi faccio due passi nel paese, nelle vie più sperdute, mi piace guardare i gechi dietro ogni lampione che cacciano, le piante grasse fuori dai davanzali, i gatti sornioni e toccare le pietre ancora calde delle mura. Nei vicoli l’aria e l’odore che esce dai fondaci è inconfondibile come pure il vociare dei vecchi fuori dal locale Bar dello sport. Qui tra la variante estiva di Dio fa la grandine e governo ladro il divieto di fumo non è ancora arrivato. Giusto il tempo attendere un caffè e guardarsi attorno per riscoprire che nei paesi di provincia nulla è cambiato, il biliardo e biliardino sono sempre lì, gli amari locali dietro il bancone, i vecchi che bestemmiano a carte idem ma ciò che mancano sono i giovani. Il bar da luogo di ritrovo è stato surclassato dagli sterili social, segno dei tempi.

E così anche stasera un’altra sagra, un altro paese, mi metto la canottiera sotto la camicia, infilo la prima e mi immergo nella notte…


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